Se avete mai assaggiato il caffè vietnamita probabilmente conoscete già il phin, quel piccolo filtro metallico che gocciola lentamente nella tazza creando un’esperienza quasi meditativa. Ma prima che il phin diventasse lo standard in tutto il Vietnam, c’era un altro metodo, più antico e affascinante: il cà phê vợt.
La parola vợt in vietnamita significa “racchetta”, e il nome descrive perfettamente l’aspetto del filtro usato per preparare questo caffè. Si tratta di un sacchetto di stoffa spessa (simile a un calzino o a una calza da stivale) montato su un telaio circolare metallico. Una volta visto, il riferimento alla racchetta diventa immediato.
Il cà phê vợt, un pezzo di storia di Saigon

Il cà phê vợt è nato negli anni Cinquanta a Saigon, nel quartiere cinese della città. Allora i venditori ambulanti e i piccoli caffè di strada preparavano il caffè in grandi pentole di terracotta (le stesse che i cinesi usavano tradizionalmente per bollire le erbe medicinali) poste sopra fornelli a carbone. Il caffè macinato fine veniva fatto bollire per cinque o dieci minuti, e quando era pronto veniva filtrato attraverso questi sacchetti di stoffa prima di essere servito ai clienti.
Il metodo era ingegnoso: le pentole di terracotta, mantenute calde sul carbone, conservavano a lungo l’aroma distintivo del caffè. E il filtro di stoffa produceva una bevanda dalla consistenza più liscia e morbida rispetto a quella ottenuta con altri metodi. Il sapore era intenso ma delicato, e il profumo durava a lungo.
Nessuno sa con certezza chi abbia inventato questa tecnica. Alcuni raccontano che sia stata introdotta dai cinesi insieme al bánh bao (i panini al vapore) e al hủ tiếu (una zuppa di noodles). Altri ipotizzano che sia stata una naturale evoluzione dei filtri francesi, adattati alle possibilità economiche di tutte le classi sociali vietnamite durante il periodo di guerra.
La differenza con il phin

Oggi quando si ordina un caffè in Vietnam arriva quasi sempre preparato con il phin, quel cilindro metallico con i forellini sul fondo che si appoggia direttamente sulla tazza. Il phin è pratico, economico, durevole. È diventato il simbolo stesso del caffè vietnamita nel mondo.
Il cà phê vợt invece è più artigianale, più lento, più teatrale. Richiede attenzione e pazienza. Bisogna preparare il caffè nelle pentole, mantenere la temperatura giusta sul carbone, filtrarlo con cura attraverso la stoffa. Non è un caso che sia quasi scomparso: nella vita frenetica delle città vietnamite moderne, pochi hanno tempo per questi rituali.
Ma la differenza non è solo pratica. Gli intenditori sostengono che il cà phê vợt produca un caffè migliore: più pulito, più aromatico, con meno sedimento e una texture vellutata che il phin non riesce a raggiungere. La stoffa filtra in modo diverso rispetto al metallo, catturando più particelle e oli che potrebbero dare amarezza.
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Cà phê vợt: dove trovarlo oggi

A Ho Chi Minh City (che molti continuano a chiamare Saigon) resistono ancora alcuni caffè storici che mantengono viva questa tradizione. Il più famoso è probabilmente Cheo Leo, aperto dal 1938 in una zona che allora era isolata e circondata da campi, e che oggi si trova nel trafficatissimo distretto 3, in via Nguyen Thien Thuat. Qui l’ottantenne “zio Con” prepara ancora il caffè come si faceva settant’anni fa, usando il suo filtro di stoffa davanti ai clienti.
Un altro locale storico è Café Vợt, nel distretto di Phu Nhuan, dove il caffè viene servito su piccoli sgabelli di plastica lungo il marciapiede, esattamente come nei vecchi caffè di strada. È curioso notare che la maggior parte dei clienti sono giovani, attratti dall’autenticità e dalla rarità di questa esperienza.
Secondo quanto riporta World Coffee Research, il Vietnam è il più grande produttore mondiale di caffè Robusta, con oltre il 40% della produzione globale. Il paese è il secondo produttore di caffè al mondo dopo il Brasile, e la maggior parte della produzione è concentrata negli altipiani centrali. Eppure paradossalmente questa tradizione del cà phê vợt, che è nata proprio in Vietnam, sta quasi scomparendo.
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Il ritorno del vintage

Negli ultimi anni però qualcosa sta cambiando. I caffè specialty di Hanoi e Ho Chi Minh City stanno riscoprendo il cà phê vợt come metodo artigianale e distintivo. Per i giovani vietnamiti è un modo per riconnettersi con il passato, per rallentare in un mondo che va sempre più veloce. Per i turisti è un’esperienza autentica, lontana dai soliti giri turistici.
Il fenomeno ricorda un po’ quello che è successo con il caffè filtrato a mano nei paesi occidentali: dopo anni di predominio delle macchine automatiche, è tornato l’interesse per metodi più lenti e manuali. Solo che in Vietnam questa riscoperta ha un significato aggiunto, perché il cà phê vợt non è un’importazione esotica ma un pezzo della storia locale.
Alcuni imprenditori stanno anche cercando di modernizzare il metodo, mantenendo il principio del filtro di stoffa ma semplificando la preparazione per renderla più accessibile. Non è detto che funzioni: il fascino del cà phê vợt sta proprio nella sua complessità, nel fatto che richiede tempo e maestria. Come spiega una manager di un caffè di Buon Ma Thuot, “le persone oggi preferiscono il caffè già preparato, non hanno tempo. I tempi cambiano, tutte le società cambiano. È un problema di velocità e convenienza”.
Una questione di filosofia

In fondo la differenza tra phin e vợt non è solo tecnica. È una questione di filosofia. Il phin rappresenta la democratizzazione del caffè vietnamita: ognuno può prepararselo a casa, è facile, economico, affidabile. Il cà phê vợt invece è l’artigianalità, il saper fare, la tradizione che si tramanda. È più esclusivo, più difficile da replicare.
Come spesso accade, non esiste una scelta giusta. Dipende da cosa si cerca. Se volete un buon caffè veloce prima di andare al lavoro, il phin fa benissimo il suo lavoro. Se invece avete tempo, curiosità, e vi trovate in uno dei pochi posti che ancora lo preparano, il cà phê vợt può essere un’esperienza memorabile.
Il caffè vietnamita ha una storia affascinante che parte dall’introduzione del caffè da parte dei missionari francesi nel 1857 e arriva fino all’attuale posizione del Vietnam come secondo produttore mondiale. In questo percorso, il cà phê vợt rappresenta un capitolo particolare: non la norma, ma un’eccezione; non il metodo più diffuso, ma forse il più poetico.
E poi c’è un altro aspetto da considerare. Nei vecchi caffè che ancora usano questo metodo, ordinare un cà phê vợt significa anche assistere a uno spettacolo. Vedere lo “zio Con” o altri maestri del caffè preparare la bevanda con gesti sicuri, tramandati da generazioni, è parte dell’esperienza. È come guardare un artigiano al lavoro: c’è qualcosa di ipnotico nel vedere il liquido scuro gocciolare attraverso la stoffa, sentire il profumo del carbone che si mescola all’aroma del caffè, osservare la cura con cui viene servita ogni tazza.
Cà phê vợt: il sapore della memoria

Molti vietnamiti di mezza età ricordano il cà phê vợt come il caffè della loro infanzia, quello che i genitori compravano dai venditori ambulanti la mattina presto. Per loro assaggiarlo di nuovo significa riconnettersi con quei ricordi, con una Saigon che non esiste più ma che in qualche modo sopravvive in queste piccole sacche di resistenza.
È un po’ come i caffè storici in Italia: non necessariamente fanno il caffè migliore in termini assoluti, ma portano con sé storie, atmosfere, memorie che non si possono replicare. E forse è proprio questo il vero valore del cà phê vợt oggi: non essere il metodo più pratico o diffuso, ma essere un ponte verso il passato, un modo per mantenere viva una tradizione che altrimenti andrebbe persa.
Quindi se capitate a Ho Chi Minh City e avete un po’ di tempo, vale la pena cercare uno di questi caffè storici. Non sarà facile trovarli (e questo fa parte del loro fascino), ma ne vale la pena. Ordinate un cà phê vợt, sedetevi su uno di quegli sgabelli bassi di plastica colorata, e prendetevi qualche minuto per osservare, annusare, assaggiare. Non è solo caffè: è un pezzo di storia vietnamita in una tazza.
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