Entri in un tempio a Hanoi, o in una vecchia pagoda nel delta del Fiume Rosso, e sulle travi di legno, sulle stele di pietra, sugli incensieri trovi righe di caratteri che sembrano cinesi, anche se non lo sono del tutto. Qualcosa in quei segni è diverso, più denso, quasi ridondante. Un vietnamita di oggi, che pure legge perfettamente il quốc ngữ che usa ogni giorno, guarda quelle iscrizioni e non capisce una parola. Eppure sono la sua lingua, scritta in chữ Nôm: l’antico sistema di scrittura vietnamita che per quasi un millennio è stato il modo di mettere per iscritto il vietnamita parlato.
È il sistema in cui è stato composto il capolavoro della letteratura vietnamita, La storia di Kieu (Truyện Kiều). Ed è un sistema che oggi pochissime persone al mondo sono ancora in grado di leggere con sicurezza.
Vale la pena capire come funzionava, perché è nato e perché è scomparso: è una delle pagine più interessanti e meno raccontate della storia culturale del Vietnam.
Cos’è il chữ Nôm

Chữ Nôm (字喃) significa letteralmente “scrittura del sud” o “scrittura vernacolare”, in opposizione a chữ Hán (o chữ Nho), la “scrittura del nord”, cioè i caratteri cinesi classici usati per l’amministrazione, i testi confuciani e la burocrazia imperiale.
Per capire perché serviva un sistema separato bisogna partire da un problema molto concreto: il vietnamita e il cinese sono lingue diverse. Per un millennio, dal 111 a.C. al 938 d.C., il Vietnam era stato sotto dominio cinese e, anche dopo l’indipendenza politica, il cinese classico era rimasto la lingua della cultura scritta, degli esami imperiali, dei documenti di stato: una situazione che si è protratta, con solo due brevi eccezioni (le dinastie Hồ, 1400-1407, e Tây Sơn, 1778-1802, che promossero il chữ Nôm anche a livello amministrativo), fino al XIX secolo. Ma i vietnamiti non parlavano cinese: parlavano, e parlano tuttora, una lingua austroasiatica con una grammatica, un lessico di base e un sistema di suoni completamente diversi.
Scrivere in chữ Hán significava scrivere in una lingua che si studiava, non che si parlava. Il chữ Nôm nasce per colmare esattamente questo vuoto: dare una forma scritta al vietnamita reale, quello delle conversazioni, delle canzoni popolari, della poesia in lingua propria.
Sulla data d’origine esatta le fonti divergono: c’è chi individua un uso embrionale già nell’VIII secolo, chi lo colloca nel X secolo (subito dopo l’indipendenza dalla Cina) mentre le prime testimonianze testuali concrete e non contestate risalgono al XIII secolo. Quel che è certo è che per secoli il chữ Nôm convive con il chữ Hán senza sostituirlo mai del tutto: il chữ Hán resta la lingua ufficiale del potere, il chữ Nôm diventa la lingua della letteratura vietnamita “vera”.
Come funziona chữ Nôm: caratteri cinesi riadattati al vietnamita
Il chữ Nôm non è un alfabeto e non è nemmeno un sistema di caratteri completamente nuovo. È un sistema logografico derivato: prende in prestito i caratteri cinesi esistenti e ne inventa di nuovi combinando pezzi di caratteri già noti, per rappresentare parole vietnamite che il cinese classico non aveva.
Le strategie usate sono sostanzialmente tre:
- Prestito diretto. Un carattere cinese viene usato così com’è, sia per il suono che per il significato, quando la parola vietnamita coincide concettualmente con quella cinese.
- Prestito fonetico. Un carattere cinese viene usato solo per il suo suono, ignorandone il significato originale: un po’ come se in italiano scrivessimo “sole” per indicare la nota musicale “sol” seguita da una “e” muta, sfruttando solo il suono.
- Composti fono-semantici. E’ il cuore del sistema. Si costruisce un carattere nuovo unendo due componenti: uno che suggerisce il significato (preso da un carattere cinese affine per categoria semantica) e uno che suggerisce il suono (preso da un carattere cinese che si pronuncia in modo simile alla parola vietnamita). Questa era la tecnica più diffusa, ed è anche il motivo per cui il chữ Nôm ha finito per contare più caratteri del cinese classico stesso: molti sono stati creati da zero, esistono solo in vietnamita e non hanno equivalente in nessun testo cinese.
Come si costruisce un carattere chữ Nôm — esempio
“bocca” — suggerisce
il campo di significato
si legge “nam” —
suggerisce il suono
vietnamita per
“vernacolare” stesso
Questo è, non a caso, il carattere con cui si scrive la parola “Nôm”: la componente a sinistra (bocca, 口) indica che si tratta di lingua parlata; la componente a destra (南, che in cinese significa “sud” e si legge in modo simile a nam/nôm) fornisce il suono. Nessuna delle due parti, da sola, rende il significato completo — serve la combinazione.
Questa tecnica si chiama composto fono-semantico ed era responsabile della stragrande maggioranza dei caratteri Nôm creati ex novo — caratteri che non sono mai esistiti in nessun testo cinese, perché servivano esclusivamente a scrivere parole vietnamite.
Il risultato è un sistema potente ma esigente: per leggerlo bisognava prima conoscere bene il chữ Hán, e poi imparare in aggiunta le migliaia di caratteri esclusivamente vietnamiti creati per il Nôm. Non è mai stato un sistema “più facile” del cinese classico. Semmai, il contrario. Era più fedele alla lingua parlata, ma richiedeva ancora più memoria e più anni di studio: meno del 5% della popolazione colta del Vietnam premoderno era effettivamente in grado di leggere il chữ Nôm.
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Nella letteratura: il Truyện Kiều e la voce del vietnamita scritto

Nonostante (o forse proprio a causa) della sua complessità, il chữ Nôm non è mai stato un sistema burocratico. È diventato invece il veicolo della letteratura vietnamita in lingua propria: poesia, racconti popolari, opere teatrali, testi religiosi buddisti e taoisti pensati per un pubblico che il cinese classico non riusciva a raggiungere davvero.
L’opera più importante mai scritta in chữ Nôm è il Truyện Kiều (“Storia di Kiều”), un poema epico di 3.254 versi composto agli inizi del XIX secolo da Nguyễn Du (1765-1820), ispirato a un romanzo cinese ma trasformato in un’opera profondamente vietnamita nel metro poetico tradizionale lục bát (“sei-otto”). Ne abbiamo scritto in questo approfondimento. In breve, racconta le vicissitudini di Thúy Kiều, una giovane donna costretta a sacrificare sé stessa per salvare la famiglia. Ancora oggi il Truyện Kiều è probabilmente il testo più conosciuto a memoria da un vietnamita medio, ed esiste perfino una pratica popolare, il bói Kiều, che consiste nell’aprire il libro a caso e interpretare i versi come un presagio sulla propria vita.
Il paradosso è netto: l’opera più amata della letteratura vietnamita è stata scritta in un sistema che oggi la stragrande maggioranza dei vietnamiti non sa leggere nell’originale. Le edizioni moderne del Truyện Kiều che si trovano in libreria sono traslitterazioni in quốc ngữ, mentre il testo Nôm autentico sopravvive solo in edizioni critiche per specialisti.
Perché il chữ Nôm fu abbandonato

Se il chữ Nôm era lo strumento della letteratura vietnamita “autentica”, perché è praticamente scomparso? Le ragioni sono in parte tecniche e in parte politiche.
Il problema tecnico è quello di sempre: la complessità, di cui si è detto sopra. Un sistema che richiede anni di studio intensivo, e che presuppone la conoscenza previa di migliaia di caratteri cinesi, resta per definizione accessibile solo a un’élite colta.
Il fattore politico arriva con il colonialismo francese. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, l’amministrazione coloniale promuove attivamente il quốc ngữ, il sistema romanizzato sviluppato secoli prima dai missionari europei, sia per ragioni pratiche (è più facile e rapido da insegnare, il che serve anche a diffondere l’istruzione in francese) sia perché la sua adozione contribuisce a indebolire i legami culturali tradizionali tra il Vietnam e la Cina, riducendo il ruolo dei caratteri cinesi nella società. Tra il 1910 e il 1920 l’insegnamento del chữ Nôm e del chữ Hán viene progressivamente eliminato dai programmi scolastici del Cocincina, sostituito dal quốc ngữ.
Il colpo definitivo arriva nel 1945: con la proclamazione dell’indipendenza, Hồ Chí Minh conferma il quốc ngữ come scrittura ufficiale della nazione e lancia pochi giorni dopo la campagna Bình dân học vụ (“educazione popolare”) per l’alfabetizzazione di massa. Il punto di partenza era drammatico: nel 1945 circa il 95% della popolazione era analfabeta: un livello di analfabetismo che un sistema logografico complesso come il chữ Nôm non avrebbe mai potuto sanare in tempi rapidi. Da quel momento il chữ Nôm smette di essere insegnato nelle scuole pubbliche e cessa, nel giro di una generazione, di essere un sistema vivo.
Se questa storia ti incuriosisce, abbiamo raccontato per intero l’ascesa del quốc ngữ in un articolo dedicato: Storia del quốc ngữ: l’alfabeto latino in Vietnam.
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Chữ Nôm oggi: chi lo studia e dove si trova ancora

Il chữ Nôm non è del tutto scomparso, ma è passato dallo status di scrittura viva a quello di patrimonio da conservare e studiare.
In Vietnam esiste un istituto dedicato che si occupa di catalogare, tradurre e pubblicare i testi antichi in chữ Hán e chữ Nôm: manoscritti, editti imperiali, testi religiosi, iscrizioni templari. Si tratta dell’Institute of Hán-Nôm Studies, parte della Vietnam Academy of Social Sciences, fondato nel 1970 come dipartimento e trasformato in istituto autonomo nel 1979. Tra il 1999 e il 2018 ha lavorato in questa direzione anche la Vietnamese Nôm Preservation Foundation, un’organizzazione non profit statunitense che, in collaborazione con la Biblioteca Nazionale del Vietnam, ha digitalizzato oltre duemila testi Hán Nôm; la fondazione si è sciolta nel 2018 ritenendo raggiunto il proprio obiettivo iniziale, ma le sue collezioni digitali restano consultabili online.
Il chữ Nôm compare ancora oggi in alcuni contesti specifici: le iscrizioni sulle travi e sugli altari dei templi più antichi, le stele commemorative, alcune cerimonie religiose tradizionali. Ma parliamo, nella sostanza, di un sistema di scrittura non più insegnato né usato nella vita quotidiana: le persone in grado di leggerlo correntemente oggi sono un numero molto ridotto, concentrato quasi interamente in ambito accademico (ricercatori, storici, sinologi) più che nella popolazione generale.
Chữ Nôm e quốc ngữ: cosa cambia per chi studia il vietnamita oggi

Se stai studiando il vietnamita (o stai semplicemente pianificando un viaggio e vuoi orientarti nella lingua) la buona notizia è che non hai bisogno di sapere nulla di chữ Nôm per parlare, leggere o scrivere in vietnamita moderno. Il quốc ngữ, il sistema con l’alfabeto latino e i diacritici di tono che vedi su ogni cartello e menù, ha completamente sostituito il chữ Nôm nell’uso comune da oltre ottant’anni.
Conoscere l’esistenza del chữ Nôm resta però utile per due ragioni pratiche. La prima: aiuta a capire perché il vietnamita ha così tante parole di origine cinese (il cosiddetto Hán Việt), un livello di vocabolario “colto” che affianca quello di base ed è ancora oggi molto presente nella lingua formale, nei nomi propri e nei termini istituzionali. La seconda: se visiti templi, pagode o musei di storia in Vietnam, riconoscere a colpo d’occhio la differenza tra un’iscrizione in caratteri cinesi (chữ Hán) e una in chữ Nôm aggiunge uno strato di comprensione culturale che pochissimi turisti hanno.
Se vuoi partire con il piede giusto per imparare il vietnamita che si parla oggi, il punto di partenza migliore resta un manuale pensato per il quốc ngữ moderno: toni, pronuncia, grammatica di base. Non serve passare dal chữ Nôm per arrivare a parlare vietnamita: è la scrittura che il paese stesso ha scelto di lasciarsi alle spalle.
Domande frequenti sul chữ Nôm
Questo articolo fa parte della nostra guida alla lingua vietnamita. Se vuoi partire dalle basi, leggi come funziona il sistema dei toni o scopri la storia del quốc ngữ, l’alfabeto latino che ha sostituito il chữ Nôm.

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