Il reportage di Emanuele Giordana e Giuliano Battiston racconta la persecuzione della minoranza rohingya da entrambe le sponde di un confine che divide, e uccide, da decenni. Un libro necessario su una delle crisi dimenticate del Sud-est asiatico.
Su due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato è il libro sui rohingya più completo pubblicato finora in italiano. Lo firmano Emanuele Giordana e Giuliano Battiston, due dei giornalisti italiani più esperti di Sudest asiatico, e lo pubblica add editore nell’aprile 2026. Racconta la persecuzione sistematica di una minoranza etnica musulmana che da decenni vive (quando riesce a sopravvivere) in campi profughi in Bangladesh o su un’isola artificiale nel Golfo del Bengala che fino a venticinque anni fa non esisteva.
Chi si interessa di Myanmar sa che il paese è attraversato da contraddizioni profonde: la guerra civile in corso, le minoranze etniche schiacciate tra esercito regolare e milizie ribelli, la democrazia soffocata dal golpe del 2021. Ma c’è una storia dentro questa storia che anche i lettori più attenti alla regione conoscono solo in parte. È proprio questa storia che il libro racconta.
Chi sono i rohingya: una minoranza senza paese
I rohingya sono una minoranza etnica di religione musulmana che ha vissuto per secoli nello Stato del Rakhine, nel Myanmar occidentale (il paese che fino al 1989 si chiamava Birmania). Con quasi un milione di persone, rappresentavano circa un terzo della popolazione del Rakhine. Ma in un paese a stragrande maggioranza buddhista, con una legge del 1982 che li ha esclusi dall’elenco delle 135 etnie ufficialmente riconosciute, i rohingya sono stati trasformati per legge in stranieri in casa propria: apolidi, senza documenti, senza diritti.
Il risultato è che oggi sono considerati da molte organizzazioni internazionali la minoranza più perseguitata del mondo. Eppure, in Italia come in Europa, la loro storia è rimasta ai margini dell’informazione. Le cause storiche, i meccanismi politici, la geografia dello sfollamento restano fuori dalla portata dei media quotidiani. Un libro sui rohingya scritto da chi conosce la regione da anni è quindi qualcosa che mancava davvero.
La struttura: un reportage-specchio su due lati del confine
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| Autori | Giuliano Battiston, Emanuele Giordana |
| Editore | Add |
| Pagine | 176 |
| Uscita | 10 aprile 2026 |
| ISBN | 8867835653 |
Il punto di partenza è geografico. Il confine tra Myanmar e Bangladesh è lungo poco più di 250 chilometri, segnato in buona parte dal fiume Naf e da una piccola catena montuosa. Su questa linea si consuma da anni una delle crisi umanitarie più gravi del pianeta.
Giordana e Battiston si dividono il territorio: Giordana racconta dal lato birmano, Battiston dal lato bangladese. Il libro è composto da sei capitoli, tre a testa, che si alternano costruendo quello che la critica ha già definito un reportage-specchio: due sguardi complementari sulla stessa tragedia, osservati da sponde opposte dello stesso confine. I due autori non si sono mai scambiati di posto — una scelta narrativa precisa, che costringe il lettore a tenere insieme due mondi che le vittime di questa storia non possono scegliere di separare.
Dal lato del Myanmar c’è Sittwe, capoluogo del Rakhine, che ha visto due ondate di stragi e scontri, nel 2012 e poi nel 2017, per mano dei nazionalisti birmani. Il quartiere rohingya è oggi quasi deserto, quello che la prefazione di Paola Caridi definisce il «palcoscenico temporale e spaziale del genocidio». Dal lato del Bangladesh ci sono i campi profughi di Cox’s Bazar (il più grande campo profughi del mondo, con oltre un milione di persone) e l’isola di Bhasan Char, che il governo di Dacca ha trasformato in un centro di confinamento per decine di migliaia di rohingya.
Bhasan Char: un’isola-prigione nel Golfo del Bengala
Bhasan Char è uno dei luoghi più surreali di questa storia. Il nome, in bengali, significa isola galleggiante: non esisteva venticinque anni fa, si è formata per accumulo di detriti portati dal fiume Meghna, che nasce sull’Himalaya e sfocia nel Golfo del Bengala. È ecologicamente fragile, soggetta a erosione e allagamenti frequenti, collocata in una delle zone più vulnerabili ai cicloni tropicali del pianeta.
Il governo di Dacca ha investito l’equivalente di circa 250 milioni di euro per costruire qui un insediamento capace di accogliere 100.000 rohingya, con l’obiettivo dichiarato di «decongestionare» i sovraffollati campi di Cox’s Bazar. Ma i rohingya che vi sono stati trasferiti (oggi circa 36.000) la descrivono in modo unanime come una prigione. «Una volta entrato, non ne esci più», dice a Battiston un rifugiato che si rifiuta di andarci.
Il capitolo che Battiston dedica a Bhasan Char, con i suoi due viaggi sull’isola, il primo quando era ancora in costruzione, il secondo quando era già abitata, è una delle sezioni più originali dell’intero libro. Difficile trovare altrove, in italiano, una descrizione così dettagliata e di prima mano di questo posto.
Il genocidio rohingya: i numeri e il processo all’Aia
Dal 2012, e con un’accelerazione brutale a partire dal 2017, si stima che circa 9.000 rohingya siano stati uccisi e quasi un milione siano stati costretti a fuggire dal Myanmar verso il Bangladesh. Gli altri, circa 630.000 persone, sono rimasti, ma in condizioni che diverse istituzioni internazionali hanno classificato come crimini contro l’umanità: apartheid, persecuzione sistematica, privazione arbitraria della libertà.
La parola «genocidio» non è usata a caso. Alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia è attualmente in corso un processo che accusa il Myanmar di genocidio nei confronti della minoranza rohingya. È un procedimento storico, anche se lento e dai risultati incerti. Nel frattempo, la situazione sul campo si è ulteriormente complicata: dopo la ripresa della guerra civile nel 2021, gran parte del Rakhine è passata sotto il controllo dell’Arakan Army (l’esercito etnico rakhine, che combatte per l’autonomia della regione), senza che questo abbia migliorato la condizione dei rohingya. Come scrivono gli autori nelle conclusioni, «senza un paese in pace, qualsiasi soluzione per i rohingya appare al momento impossibile».
Le radici coloniali: perché il confine è anche una cicatrice storica
Una delle cose più utili del libro è il modo in cui situa la crisi rohingya nel lungo periodo storico. Il Rakhine è stato conteso più volte, cambiando di mano in seguito a guerre, accordi e occupazioni, e il colonialismo britannico ha lasciato su questa terra una cicatrice difficile da rimarginare: i confini tracciati a tavolino dagli inglesi nell’Ottocento hanno complicato fin dall’inizio il rapporto tra le diverse comunità della regione, con una logica amministrativa che divideva e separava, indifferente alla storia di chi ci viveva.
È una dinamica che chiunque abbia letto di storia del Sudest asiatico riconosce: la stessa che ha prodotto tensioni simili in Indonesia, nelle Filippine, in Malesia. La prefazione di Paola Caridi, giornalista e presidente di Lettera22, tra le voci italiane più autorevoli sui conflitti irrisolti del mondo, lo dice esplicitamente: il Rakhine è un territorio «su cui il colonialismo britannico ha inciso fatalmente la scure di confini decisi a tavolino». Quella eredità arriva fino a oggi.
Chi sono Giordana e Battiston
Emanuele Giordana è un asiatista specializzato nel Sudest asiatico, ha insegnato Cultura indonesiana all’ISMEO di Milano, diretto «Quaderni asiatici», «Lettera22» e «Atlante delle guerre» ed è stato per dieci anni tra i conduttori di Radio3 Mondo. Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore indipendente, socio di Lettera22 e insegnante di tecniche di reportage alla Scuola di giornalismo Lelio Basso di Roma.
Non si tratta di autori che scoprono il Myanmar e il Bangladesh per l’occasione. Entrambi seguono questa regione da anni, e il libro si avvale di ricerche e reportage realizzati nel corso di diversi viaggi a partire dal 2017. Questa continuità si sente: Su due lati del confine non ha la superficialità del testo scritto in fretta su una crisi del momento, ma il respiro di chi conosce i luoghi e le persone da tempo.
Perché questo libro sui rohingya è una lettura importante per chi ama il Sud-est asiatico
Su due lati del confine non è un libro di attualità nel senso stretto. Non insegue un singolo evento, non è la risposta giornalistica a una notizia del giorno. È piuttosto un tentativo di spiegare qualcosa che dura da decenni e che l’informazione quotidiana fatica a raccontare per struttura e per abitudine.
Per chi si interessa di libri sul Myanmar e più in generale di saggistica sul Sud-est asiatico, questo è un testo che mancava. La regione è raccontata spesso attraverso la lente del viaggio, della cultura, della storia politica dei paesi più noti. Ma le persecuzioni etniche, le minoranze schiacciate tra stati che non le vogliono, i confini che separano famiglie e comunità: questi temi, che pure attraversano tutta la storia moderna del Sudest asiatico, trovano raramente spazio in un libro italiano di questo livello.
Il libro funziona perché mescola la concretezza del reportage (i dialoghi con i rifugiati, le descrizioni dei campi, i tentativi degli autori di raggiungere luoghi dove l’accesso è vietato) con una riflessione più ampia sui meccanismi del potere, sulla costruzione dell’identità etnica come strumento di esclusione, e su come le responsabilità occidentali in questa storia non si limitino al passato coloniale.
«Non siamo qui perché siamo poveri, perché non abbiamo cibo. Siamo qui perché c’è chi ci perseguita. Sapremmo badare a noi stessi, altrimenti», dice a Battiston un ragazzo nel campo di Cox’s Bazar. È una frase che riassume bene il tono del libro: diretto, senza pietismo, attento alle voci di chi la storia la subisce. È il tipo di libro che cambia il modo in cui si guarda a questa regione: non solo al Myanmar e al Bangladesh, ma all’intera idea di confine, minoranza, appartenenza nel Sudest asiatico.
Se ti interessa la saggistica sul Myanmar e sul Sudest asiatico, nella nostra sezione libri dal Sud-est asiatico trovi selezioni per paese con approfondimenti e percorsi di lettura.

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